Gli Stati Uniti sono vicini a una rivoluzione che riguarderà la logistica delle aziende che operano nel settore tessile

Le aziende a stelle e strisce prendono sempre più le distanze dalla Cina, preferendo fornitori più sicuri, anziché economici.

Siamo di fronte all’alba di un nuovo modo di gestire la supply chain.

Se prima l’obiettivo primario delle aziende era quello di risparmiare il più possibile, affidandosi a fornitori economici, adesso si punta tutto sulla sicurezza e sull’affidabilità.

Non a caso, sembra che le aziende statunitensi stiano, piano piano, tagliando tutti i ponti che le tengono legate alla Cina.

L’obiettivo è delocalizzare il più possibile le loro aziende tessili in altri paesi con condizioni geopolitiche più stabili e condizioni di lavoro più umane.

Secondo un sondaggio condotto dalla US Fashion Industry Association, infatti, circa il 61% degli amministratori delegati del settore abbigliamento delle aziende americane, ha smesso di utilizzare la Cina come fornitore principale.

Un numero che è aumentato più del doppio rispetto a prima della pandemia, dove già si registrava un buon 30%.

Ma questo numero è destinato a crescere ancora.

Secondo le previsioni, infatti, quasi l’80% delle aziende tessili che si erano affidate a fornitori cinesi, ridurrà i suoi rapporti di collaborazione nei prossimi anni.

Le aziende stanno abbandonando il paese asiatico. Si stanno rivolgendo a Vietnam, Bangladesh e India. Questi paesi hanno una capacità produttiva relativamente ampia. Hanno anche una situazione politico-economica più solida. Offrono condizioni di lavoro migliori per gli operai.

Julia Hughes, presidente dell’USFIA, United States Fashion Industry Association, ha affermato che una delle poche questioni che accomunano repubblicani e democratici al Congresso degli Stati Uniti è l’attenzione alla minaccia della Cina.

“La diversificazione sembra un modo appropriato per riassumere il modo in cui l’industria della moda sta rispondendo al nuovo livello di incertezza economica e diplomatica”, ribadisce.

È chiaro che, nel mondo post-pandemia, caratterizzato da conflitti e situazioni politiche instabili in diverse aree geografiche del pianeta, le aziende scelgono la sicurezza a discapito del risparmio.

Ma rompere con la Cina e terminare i rapporti come si vorrebbe, non è così facile.

I rivenditori di moda americani, infatti, hanno fatto affidamento per decenni al Paese, per la produzione efficiente e a basso costo di abiti e maglieria.

Anche perché la Cina possiede macchinari e una forza lavoro qualificati e in grado di produrre tessuti e stili unici al mondo, difficili da reperire in altri paesi specializzati nella produzione di abbigliamento.

Quest’anno, i timori sull’indebolimento delle relazioni tra gli Stati Uniti e la Cina e l’applicazione della legge sulla prevenzione del lavoro forzato, che vieta l’importazione di prodotti dalla regione cinese dello Xinjiang, hanno spinto i rivenditori a trovare una base di fornitori altrove.

In termini di valore, le importazioni statunitensi di abbigliamento dalla Cina sono scese al 18,3% nei primi cinque mesi di quest’anno, rispetto al 30% del 2019, secondo il rapporto dell’USFIA.

La Cina ha rappresentato solo il 10% delle importazioni di cotone negli Stati Uniti, il livello più basso dal 2017.

Nello stesso periodo, le importazioni statunitensi di abbigliamento dai cinque maggiori fornitori asiatici diversi dalla Cina – Vietnam, Bangladesh, Indonesia, India e Cambogia – hanno raggiunto un nuovo massimo del 44,3%.

Non c’è alcun segnale che le aziende di abbigliamento statunitensi stiano cercando di produrre internamente. Tuttavia, molte di esse si stanno avvicinando alla delocalizzazione.

Quest’anno, secondo il rapporto, Messico, Guatemala e Nicaragua sono entrati nella lista dei 10 principali fornitori di moda.

Il rapporto si basa su un sondaggio condotto tra aprile e giugno 2023 tra i dirigenti di 30 aziende leader del settore moda statunitense, la maggior parte delle quali ha più di 1.000 dipendenti.

Insomma, è chiaro che si sta verificando un cambiamento di mentalità da parte delle aziende.

Ormai, quello a cui si punta è la sicurezza nella produzione della merce e nella consegna al cliente finale.

Le aziende preferiscono pagare di più, ma avere la certezza che producono la merce in condizioni migliori, in paesi più stabili politicamente e consegnano rispettando le tempistiche previste.

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